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Lanzo nel Medioevo Lanzo nel Settecento Lanzo nell'ottocento La storia di Lanzo nel novecento Il ponte del Diavolo Gli edifici storici di Lanzo

il "Ponte del Diavolo"


Nell'anno 1378 un insicuro architetto aiutato dal demonio - secondo la leggenda, Berlicche in persona - avrebbe avviato la costruzione del più famoso ponte delle Valli di Lanzo, che unisce il monte Basso con il monte Buriasco, denominato da secoli Ponte del Roc, altrimenti detto "Ponte del Diavolo".    Viene subito da chiedersi perchè accostare tale ardita costruzione che si innalza sul pelo dell'acqua di ben 15 metri - con un unico arco di ben 37 metri di luce - e le divinità infernali.

Tralasciando le numerose leggende che nel secolo scorso fiorirono attorno al monumento, il più plausibile motivo rimane il detto "al diavolo il ponte" pronunciato dai valligiani indispettiti di dover pagare più caro il vino dopo che il conte Amedeo VII aveva concesso alla Credenza di Lanzo di rifarsi della spesa ingente - 1400 fiorini - proprio aumentando il dazio sul vino per ben dieci anni!

Nel 1564, durante la pestilenza di Torino, essendovi grande timore di contagio, il Consiglio di Credenza della Castellania dispone che venga immediatamente costruita, sulla sommità dell'arco, una porta per chiudere il ponte e nel contempo si pongono guardie lungo tutti i confini del territorio. Il 7 settembre di quell'anno si vieta l'accesso nelle Valli a chichessia, salvo che "presenti la bolletta del luogo di provenienza, contrassegnata dal sigillo di Lanzo".


Immagine decorativa del ponte del diavolo al centro pagina


Nel corso di quasi cinque secoli numerosi artisti, autori, fotografi hanno lasciato l'immagine o la descrizione del monumento; il più antico foglio - assai interessante sotto il profilo dell'urbanistica medioevale - è legato al nome di un ingegnero al servizio del Duca di Savoia, Carlo Vanello, che nel 1612 rappresentò il borgo di Lanzo addossando ai fianchi del monte il ponte che, agile, sovrasta il torrente Stura; Con un balzo di secoli la più recente opera è invece firmata da Macciotta che anima il monumento con l'immagine curiosa di un diavolo dagli occhi rosseggianti che pare tratto più da un dizionario di stregonerie medioevali che non ispirato all'aspetto dei bonari abitanti lanzesi.    Fra le più interessanti immagini suggerite dal ponte o dalla cittadina figurano le opere di Giovanni Battista de Gubernatis che testimoniano come questo autore avesse particolare facilità nel realizzare disegni a matita e seppia, acquerelli, cogliendo luci e ombre ma soprattutto sottolineando - con romanticismo tendente all'oggettivazione - la scena in modo tale da lasciare spazio alle effusioni liriche, ai sentimenti, alla coscienza pacata del trascorrere del tempo.    Poche le opere a olio dedicate al monumento; fra le più significative - oltre a un quadro firmato da Ripa di Meana nel 1832 di cui si ignora la destinazione - figura una tavoletta di Lorenzo Delleani realizzata nel 1906 e dedicata alla figlioccia Marina Prat Mersi. Si tratta di un'opera intesa secondo i caratteri dell'impressione nella quale l'autore - che morirà dopo due soli anni - affronta il tema con disinvoltura, suggestionato certamente dalla vigorosa arcata che s'erge sulle acque e che pare scaturita dal fianco del monte.    Come ben si sa il secolo scorso, specie in Piemonte, si servì spesso della litografia, tecnica che consentiva di obbedire, come ebbe a scrivere Marziano Bernardi, al ritmo di una civiltà orientata... verso le masse.

Molte delle testimonianze riguardanti il ponte di Lanzo risultano infatti originariamente programmate su lastra litografica, dalle vues sur les lieux di Lonis Francesetti ai fogli firmati da Clemente Rovere e solo di recente pubblicati nel grandioso testo di A. Cavallari Murat, alle vignette che illustrano le guide del Ratti e di Martelli-Vaccarrone, a un foglio desunto da Il Fischietto, il giornale creato da Casimiro Teja, uno dei più arguti autori di caricature dell'Ottocento italiano.    Ma al principio del secolo XX ecco la novità della fotografia incuriosire il pubblico e determinare quindi un nuovo tipo di artista: Segundo de Chomon dedica le primissime diapositive della storia fotografica, allora denominate diapositive stereoscopiche a colori del tipo Lumiere, proprio al ponte del Diavolo, mentre Mario Gabinio, che due recenti Mostre hanno consentito di riconoscere fra i testimoni dell'urbanistica torinese del Novecento, realizza un'interessante fotografia, priva di immagini, che nulla concede alla fantasia, come se l'amore avesse volutamente conferito alla lastra caratteri di atemporalità.